Cause Matrimoniali

La vigente legislazione canonica, fedele alla Tradizione della Chiesa, dichiara al can. 1055 §1 che: Matrimoniale foedus, quo vir et mulier inter se totius vitae consortium constituunt, indole sua naturali ad bonum coniugum atque ad prolis generationem et educationem ordinatum, a Christo Domino ad sacramenti dignitatem inter baptizatos evectum est

Il matrimonio quindi per sua natura è indissolubile. Questa proprietà assume, come ricorda il canone, una peculiare stabilità laddove sia contratto tra battezzati in ragione del suo essere anche Sacramento. Ciò spiega perché da sempre la Comunità Cristiana rivendichi a se il diritto dovere di pronunciarsi in ordine alla sua esistenza o, detto in altri termini, della sua validità.

La giurisdizione ecclesiastica in re matrimoniali rappresenta lo strumento attraverso cui la Chiesa fa fronte a questo suo dovere di dare una luce di verità sullo status coniugale dei propri fedeli, accertando se tra due persone esista o meno il vincolo coniugale. È pertanto quanto mai fuorviante e profondamente errata la vulgata comune secondo cui la Chiesa, attraverso la “Sacra Rota” verrebbe ad “annullare” (cioè a rendere invalido o inesistente) un matrimonio. Infatti la Rota Romana, questa è la dizione corretta, così come ciascuno dei Tribunali Ecclesiastici diffusi in tutto il mondo, si limita a dichiarare al termine di un processo giudiziale, se consti o meno della “nullità” di un matrimonio, ovvero se detto matrimonio per una serie di ragioni non sia mai venuto ad esistenza ancorché esternamente appaia debitamente contratto.

Essendo il matrimonio un bene pubblico che riguarda tutta la Chiesa e dunque non soltanto i coniugi, il Legislatore canonico ricorre a numerosi strumenti di tutela per evitare che detto bene possa essere in qualche modo leso. Il più importante è la presunzione di validità del vincolo matrimoniale sancita dal can. 1060. Similmente a garanzia dello ius connubii delle parti, il Santo Padre Francesco ha recentemente introdotto importanti riforme del diritto processuale matrimoniale canonico sia latino che orientale al fine di agevolare una celere definizione dello status coniugale dei fedeli; a tale scopo ha abolito l’obbligo della doppia sentenza conforme e introdotto un rito processuale più breve per tutte quelle ipotesi (cfr. can. 1683) in cui

1° la domanda sia proposta da entrambi i coniugi o da uno di essi, col consenso dell’altro;

2° ricorrano circostanze di fatti e di persone, sostenute da testimonianze o documenti, che non richiedano una inchiesta o una istruzione più accurata, e rendano manifesta la nullità.

Contrariamente all’opinione comune il costo di una causa di nullità, se paragonato ad analoghe attività forensi nell’ambito statuale, è davvero contenuto. In Italia ad esempio la Conferenza Episcopale Italiana ha stabilito quale onorario massimo per l’avvocato la somma di euro 2.992,00.

Da ultimo vale la pena ricordare che le sentenze ecclesiastiche di nullità matrimoniale in forza di un accordo stipulato nel 1929, rivisto poi nel 1984, tra lo Stato italiano e la Santa Sede possono, a determinate condizioni, essere “delibate” attraverso appunto il procedimento di delibazione, ovverosia acquisire efficacia nell’ordinamento dello Stato. Ciò significa che, salvo alcune questioni particolari, il matrimonio viene considerato civilmente nullo. Considerato che i tempi processuali canonici sono enormemente inferiori rispetto a quelli civili, è di tutta evidenza che la delibazione di una sentenza di nullità, laddove ovviamente ne sussistano i requisiti, rappresenta per i fedeli una via molto più efficace del divorzio (e dei vari espedienti oggi in voga per ottenere il cd. divorzio breve, divorzio veloce, divorzio rapido) per far sì che il proprio status canonico di persona non coniugata e dunque libera sia tale anche innanzi allo Stato